Anno VI
Il Vento - n° 138
15 Dicembre 2005
Associazion Isolane
a cura di Gian Luca Moro
La Posidonia

Gianmarco Sorba

Nata nell’ottobre del 2003, l’associazione Posidonia raggruppa un gruppo di guide ambientali geo-marine (divenute tali grazie ad un corso organizzato dal Parco di La Maddalena, con la Regione Sardegna e l’Ifold), che operano nel territorio dell’arcipelago in una molteplicità di interventi. Delle sue attività e, in generale, delle prospettive della salvaguardia dell’ambiente in un momento decisivo per le scelte circa il futuro della nostra isola, parliamo con Gianmarco Sorba, segretario e socio fondatore della Posidonia “Attualmente – inizia Sorba – l’associazione è composta di una quindicina di persone, oltre ad una serie di collaboratori esterni. Normalmente collaboriamo con il Parco, per la salvaguardia e la valorizzazione del territorio; agiamo da guide, nell’arcipelago, per coloro, specie gruppi, che richiedono un’assistenza nella loro permanenza all’isola; inoltre elaboriamo dei progetti di educazione ambientale da realizzare nelle scuole. Proprio a giorni presenteremo i programmi per il 2006. Con il Parco, abbiamo intessuto un rapporto fattivo e collaborativo e di questo siamo molto soddisfatti. Credo, che dopo un certo immobilismo, l’Ente stia cominciando a muoversi con più coraggio e spero che questo possa essere apprezzato anche dai maddalenini. Penso che tutti dobbiamo comprendere come il Parco possa creare condizioni grazie alle quali ne consegua sviluppo e, quindi, lavoro. Il parco deve aiutare la realtà dove opera a migliorarsi. Un esempio di ciò che si può fare è rappresentato dal sito di Stagnali, destinato ad essere il vero cuore della tutela ambientale. Lì sorgerà il Museo del Mare ed il presidio di educazione ambientale, con progetti di valorizzazione del territorio”. È ovvio interrogarsi sul presente e sulle prospettive della nostra Isola. “E’ logico che, nella situazione contingente, l’addio americano possa sembrare drammatico. La speranza è che la dismissione avvenga gradualmente. Penso però che l’uscita di scena degli americani possa essere uno stimolo e che possa indurre ad investire nel terziario e nelle strutture turistiche. Dobbiamo riuscire a coniugare sviluppo e ambiente, puntare sui turisti che chiedono servizi ma anche che apprezzano la natura. Dobbiamo diversificarci, allungando la stagione ai mesi attualmente sotto utilizzati, quali quelli delle migrazioni degli uccelli o lo spostamento dei cetacei, momenti che richiamo numerosissimi appassionati. Insomma dobbiamo puntare con forza a coniugare ambiente e sviluppo. Solo così avremo un futuro”.
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Radioattività
a cura di Gian Carlo Fastame
Il Piano di Emergenza
Commentiamo ora il Piano di Emergenza, finora descritto tal quale. Occorrono due premesse: la prima è che prescindo dalle valutazioni Base sì-Base no, mi comporto come se la Base ci fosse. Se poi non ci fosse più mi resterebbe un Piano, da non buttare per altre evenienze, che sono anche vicine; la seconda è invece che, pur prendendo le distanze dall’attuale Piano, dico che per quanto conosciuto e per l’esperienza di Chernobyl, un Piano di Emergenza adeguato mette al riparo tutta la popolazione da danni sanitari immediati e futuri. Il mio problema è che il nostro Piano non è adeguato, quindi non può salvaguardarci, pertanto intendo procedere spiegando prima perché non è adeguato ed indicando poi le linee guida di un Piano standard, adeguato: quest’ultimo compito è il più facile, essendo sufficiente consultare le norme internazionali di riferimento e le applicazioni nel resto del mondo. Ricordiamo brevemente cos’è la fusione del nocciolo: il reattore nucleare si trova all’interno di un contenitore, come dentro una pentola a pressione, come un nocciolo di un qualunque frutto. La sua funzione è di produrre energia per reazioni nucleari sviluppando calore, poi questo calore gli viene sottratto da un circuito di acqua che, raffreddando la pentola, sviluppa vapore che fa girare una turbina: se qualcosa va storto, per errori umani o per difetto dei materiali, la temperatura dentro la pentola sale (qualcuno ipotizza fino a milioni di gradi) ed il nocciolo fonde. A questo punto la pentola comincia a perdere ed una parte dei prodotti di fissione e del combustibile fissile fuoriesce all’atmosfera. Lo scenario dentro il sottomarino non è conosciuto, dobbiamo comunque pensare che esistano compartimenti chiusi ed ho letto le procedure di intervento per il sottomarino, anche in caso di incendio ed esplosioni interne, ma questo nell’immediato è più un problema dell’equipaggio che nostro. A noi interessa l’effetto sulle nostre teste di questa situazione. La fusione del nocciolo non comporta alcun big-bang, già ipotizzato con leggerezza per allarmismo, non comporta esplosioni a catena, non comporta il fungo di Hiroshima, perché la bassa potenza del reattore comporta una quantità di fissile non sufficiente per un’esplosione di tipo nucleare: dobbiamo invece immaginare una piuma che si eleva in cielo, per dare un’idea, di circa 20 chilometri, all’inizio poco visibile, che ovviamente va nella direzione del vento e che può durare decine di giorni Tutto quello che sta sotto la piuma è esposto ad assumere dosi di radioattività, poca, senza effetti, se si conosce cosa fare, tanta, con effetti gravi se non si applicano le contromisure. L’unico incidente grave dell’era nucleare simile alla fusione del nocciolo è avvenuto a Chernobyl nel 1986 in una centrale di energia elettrica, con potenze dieci volte superiori a quella di un sottomarino, in cui si svolgeva un test di incremento di produzione, escludendo tutti i sistemi di sicurezza, ma non escludendo la vodka: qui il rilascio durò 10 giorni. Le condizioni del sottomarino a S. Stefano sono completamente più tranquille, con il reattore al minimo tecnico, e non è il caso di parlare di vodka: le probabilità che a S. Stefano avvenga una fusione sono minime, se si potesse dire minimissime, ma non sono zero (il Ministero della Difesa UK calcola: 1 incidente di perdita del circuito refrigerante (LOCA) ogni 10.000 anni di marcia del reattore): per questo motivo si fanno i Piani di Emergenza. Cominciamo con i commenti.
(5 – continua)
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